La libertà dalla censura costituisce senza dubbio un tema di grande importanza per il cinema, come per tutte le arti, specialmente quelle vocate a raccontare la realtà, toccando così fatti d’attualità ed eventi storici, visioni morali e ideologie politiche. La questione evoca il tema del diritto alla libertà d’espressione, richiamando più in generale il principio dell’illegittimità di una intromissione ingiustificata delle autorità politiche o religiose nelle opinioni e nelle azioni dei singoli cittadini. Questa idea si inquadra nel più ambio dibattito su un genere di libertà, che una consolidata tradizione di pensiero politico liberale e libertario (Berlin) definisce “libertà da” qualsiasi forma di interferenza esterna, pubblica o privata. Su tale libertà si fondano i regimi politici democratici, che si sono progressivamente affermati in Occidente a partire dalle rivoluzioni inglese, americana e francese a partire dalla fine del XVII secolo, diventando uno dei contrassegni della modernità (Mill, Tocqueville).
Accanto alla “libertà da”, si è da subito imposta una riflessione sulla “libertà di” agire: si tratta delle pretesa alla libertà d’azione non solo nella sfera privata, ma anche nella sfera pubblica. Questa seconda libertà è stata variamente vista come nostalgia dell’antica concezione partecipativa della politica (Constant), ovvero come rivendicazione a favore dell’allargamento dello spazio di rappresentanza (Mazzini e la tradizione radicale) o di ampliamento del politico all’ambito sociale ed economico (Marx e la tradizione marxista). Questa idea di libertà ha avuto importanti ripercussioni nel campo delle arti: dall’idea schilleriana di una “educazione estetica” dell’umanità fino al progetto di un “cinema politico” perseguito dalle avanguardie sovietiche, esemplarmente da Ejzenštejn e Vertov, nel decennio successivo alla Rivoluzione d’Ottobre (Montani). D’altronde, come afferma Hannah Arendt, nella libertà d’azione ne va anche della possibilità di iniziare qualcosa di nuovo insieme agli altri, dando senso alla propria vita, rendendo possibile l’esperienza di un mondo aperto e condiviso (Esposito, Rancière).
Il cinema e le arti in genere sono stati attraversati, per tutto il corso del Novecento fino a oggi, dal richiamo alla dimensione etica e politica della libertà. Tale richiamo comporta l’esigenza di dare un referente esemplare per pensare l’orizzonte ideale dell’agire umano, risalendo così al sentire comune che sta a fondamento di un’esperienza ricca di significati (Garroni). L’opera d’arte è stata pensata e praticata nelle sue diverse forme come un vero e proprio esercizio di libertà, attraverso l’idea di un operare che trova la propria regola nel suo stesso farsi (Pareyson). Si fanno così avanti i temi dell’improvvisazione (Bertinetto), dell’irruzione della contingenza (Carboni) e della negoziazione delle soglie di controllo, o di impossibilità del controllo, dell’esperienza vissuta (Velotti).
Questa tendenza è emersa con sempre maggiore forza in coincidenza con l’affermarsi della pratica artistica della performance, che rimette in questione lo statuto dell’opera come oggetto compiuto e dato una volta per sempre. L’opera d’arte si presta sempre più spesso a negoziazioni e interazioni, presentandosi spesso in modalità immersive (Diodato), che ne mettono in primo piano il carattere di processo che stimola, come aveva profeticamente osservato Walter Benjamin, una sensibilità “tattile/tattica”.
Negli ultimi decenni, in corrispondenza con gli sconvolgimenti politici e sociali che attraversano tutto il globo e con il deciso affermarsi delle tecnologie digitali, si sono affermate nuove forme e nuove pratiche dell’immagine e del testo. Esse non mirano tanto a produrre opere d’arte, che richiamino in maniera esemplare la dimensione della libertà, quanto a essere strumenti diretti di intervento pubblico e di critica dell’esistente. Si pensi al caso della street art, che vede impegnati, anche all’interno di logiche intermediali, artisti di fama internazionale come Banksy o JR. Queste nuove forme di libertà creativa riaprono, da un lato, la questione degli effetti del lavoro dell’immaginazione nella sfera pubblica (Bishop); dall’altro, ripropongono il problema delle possibili derive ideologiche di una “arte politica”, come si vede nel caso del fenomeno del wokeism (Neiman).
Sono molteplici le linee percorribili per approfondire il tema della libertà nel cinema, nelle altre arti e nelle numerose pratiche dell’immagine e del testo. A puro titolo di esempio ne citiamo alcune:
- L’intreccio tra motivi estetici, etici e politici nella riflessione di filosofi, teorici del cinema e delle arti, con particolare attenzione alla dimensione etico-politica dell’opera d’arte e ai suoi effetti pubblici, ovvero alle implicazione morali e politiche del giudizio estetico e critico.
- Le poetiche della libertà che, in chiave etica o politica, artisti e cineasti hanno sviluppato nel corso del Novecento, con particolare riferimento alla ricaduta di queste poetiche nel loro lavoro artistico o nel modo di pensare l’opera d’arte in genere.
- Lo sviluppo da parte di artisti e cineasti di un’immaginazione capace di aggirare o sovvertire le logiche della censura, aprendo spazi differenti per la libera espressione del pensiero attraverso la parola e l’immagine.
- La messa in opera di forme resistenziali, testimoniali o partecipative, attraverso cui il cinema e le arti in genere si confrontano con eventi tragici come la Shoah, fondano i presupposti di una critica verso regimi totalitari (si pensi al cinema iraniano) o raccontano aree geografiche ad intensa conflittualità come il Medio Oriente.
- L’emergere di pratiche informali o miste dell’immagine, a metà strada tra creatività artistica e attivismo politico, come la street art o Forensic Architecture o gli usi diffusi dell’immagine come strumento di informazione e di critica da parte di movimenti di protesta.